Desert session volume 9&10

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http://ecx.images-amazon.com/images/I/51QYHW9C6ML._SL500_AA300_.jpg La mente del geniale Josh Homme è sempre al lavoro pronta a partorire nuove idee e nuovi progetti musicali. Dopo i successi e le importanti esperienze con Kyuss e Queens of the Stone Age eccolo alle prese con una nuova creatura: le Desert Session.
Il progetto nasce nel 1997 ed ha come base operativa il ranch De la Luna ,a Joshua Tree, una vecchia casa di proprietà di Dave Catching chitarrista dei Queens of the Stone Age nel periodo tra il 1998 e il 2000. Un posto isolato scelto non a caso, la migliore location dove dare sfogo ad improvvisazione e jam session.
L'idea alla base delle Desert Session infatti non è quella di creare un vero progetto parallelo, bensì dar corpo all'estro creativo di un gruppo di musicisti di talento uniti da rapporti d'amicizia e di collaborazione artistica.
Per seguire questo filo conduttore le canzoni vengono registrate nel giro di qualche ora, un giorno al massimo ed inizialmente pubblicate in sei EP successivamente tramutatisi in cinque dischi dati alle stampe a cavallo tra il 1998 e il 2003. Gli ultimi due volumi, 8 e 9, escono direttamente con la nuova veste di LP/CD. (Le Desert Session sono state infatti stampante anche in vinile).
Ben dieci sessioni alle quali hanno partecipato un folto stuolo di artisti, una trentina circa. Gente che ha militato in band di un certo livello come Kyuss, Screaming Trees, Soundgarden, Hole, The Vandals, A Perfect Circle, Foo Fighters, Monster Magnet ed ovviamente i membri, presenti e passati, dei Queen of the Stone Age.
Inutile sottolineare che il tasso tecnico e compositivo è elevatissimo, ma appare anche evidente la disomogeneità dei generi musicali rappresenti. 
Caratteristica che fa ben sperare nella realizzazione di qualcosa di diverso dal solito e che esalta il reale senso di questo progetto: fare musica liberi da qualsiasi influenza e preconcetto mettendo da parte le basi artistiche che fino a quel momento hanno portato al successo gli artisti presenti. Desert Session va visto quindi come un gruppo di persone che si riunisce per divertirsi e suonare. Quello che uscirà fuori dal ranch non è dato da sapere a priori, è una scoperta che verrà fuori con il passare del tempo e delle note.

L'unica regola a Joshua Tree è che non ci sono regole; i musicisti jammano finché trovano il senso nelle canzoni e poi lavorano da lì. Non c'è alcun tipo di pressione da parte del pubblico o fra i musicisti...

Questa è la spiegazione che, fin dal primo capitolo, da Homme del progetto Desert Session, così come ricorda che anche la scelta dei musicisti è del tutto casuale. Non si preclude niente e non si impedisce a nessuno di dare un contributo, anche minimo.

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Volume 9/10

L'ultima release seguendo l'idea del precedente volume è divisa in due parti distinte e con tanto di titolo: I See You Hearing Me per il volume 9 e I Heart Discoper il decimo.
Anche questa volta sono presenti nomi di un certo spessore e a me cari per la militanza in band che apprezzo moltissimo. Accanto alla presenza stabile di Homme e Castillo (Queens Of The Stone Age), troviamo un geniaccio giramondo come Twiggy Ramirez (Marilyn Manson / A Perfect Circle) accompagnato da Josh Freese (The Vandals / A Perfect Circle). Completano il tutto Dean Ween (Ween), Chris Goss (Masters of Reality) e Brant Bjork (Kyuss/Fu Manchu). Il nome che però spicca su tutti e che ha condizionato non poco la scelta di ascoltare questo ultimo desertico capitolo è quello della grande P.J. Harvey.Condizionato è il termine che meglio si adatta perché dopo la parziale delusione dei volumi 7 e 8 ero un pò restio a dar fede e credito all'ultima release. Vero è che a prescindere da tutto il livello tecnico poteva essere già di per se un motivo per ascoltarlo, ma il dubbio di restar male vedendo il progressivo calo di intensità di un progetto nato come sublimazione della creatività era elevato.
Mai come in questo caso quindi un nome è in grado di fare la differenza.
Fin dalle prime note aleggia l'atmosfera di “Qotsiana” memoria se pur espressa con toni decisamente pacati e con una minor quantità di virtuosismi. Il sound è inequivocabilmente stoner, come per i suoi predecessori, ma sembra quasi essersi ammorbidito. Meno duro ed aggressivo, più istintivo a scapito delle ragionate evoluzioni strumentali, forse per la presenza di una donzella che con la sua grazia vocale merita una base sonora diversa da quanto inciso nelle precedenti session. Pare di si ascoltando I Wanna Make It Wit Chu molto poco stoner e molto (ma non troppo) anni ottanta, soprattutto nei cori. Ritmata e godibile. Neanche il tempo di fare congetture sull'evolversi di questo disco che le carte in tavole cambiano repentinamente. Covered in Punks Blood è acida, vibrante e decisamente stoner rock. Intermezzo musicale dalla superba tecnica ed ottimo trip mentale.
Una sfuriata sonora necessità di qualche momento di riposo e riflessione che solo l'introspezione vocale di PJ Harvey può dare. Accompagnata da una chitarra acustica There Will Never Be a Better Time è una nenia ipnotica e quasi sofferente. Un brano in grado di far venire i brividi per la sua intensità e che dimostra, quasi ce ne fosse bisogno, quanta differenza è in grado di fare una vocalist di questo calibro. I quattro brani in cui partecipa PJ Harvey fanno storia a se, quasi un capitolo a parte inserito nel posto sbagliato. La scelta di creare una sorta di mini Lp studiato e leggermente fuori dagli schemi delle jam session non è però casuale ne realizzata erroneamente. Un valore aggiunto quello di duettare e collaborare con una cantante così talentuosa e lo dimostrano le perle di assoluto valore che Polly Jean ci regala. Una su tutte Crawl Home indubbiamente il brano migliore dell'album, non a caso ne hanno fatto un singolo e un video. I duetti con Homme hanno un qualcosa di spettacolare per la differenza vocale. I toni bassi e quasi timidi di quest'ultimo contrastano con la voce possente e ammaliante di PJ. Il tutto giganteggia su una base rock di straordinaria qualità supportata da un basso sporco e distorto. La successiva Powered Wig Machinenon fa che confermare quanto appena scritto, mettendo a nudo le potenzialità di questa straordinaria artista stavolta contornata da un sound elettronico. Una versione nuova di PJ, insolita quanto interessante. Queste ultime sessioni desertiche sembrano sempre di più uno strambo mix tra un film western e Mad Max per l'atmosfera da saloon cyberpunk che riescono ad evocare. Homme e i suoi accoliti musicanti sono i brutti ceffi di turno, Polly Jean è la donzella... non si bene se in pericolo o no. Appare invece chiara la strizzata d'occhio alla psichedelia che fin dagli esordi ha caratterizzato il movimento stoner rock. Lo dimostrano chiaramente Creosote e Subcutaneous Phat, due strumentali diverse ma legate tra loro; la prima dal refrain di chitarra acustica che ricorda non poco i vecchi e grandi ZZ Top, la seconda dalla ritmica stoppata e cadenzata. In entrambi i casi il risultato è eccellente, canzoni dalla notevole capacità evocativa in grado di far viaggiare con la mente. Provate ad ascoltarle al calar del sole in compagnia di una buona birra fredda e poi fatemi sapere. Non poteva ovviamente mancare il lato tipicamente “quotsiano”. In My Head...or Something e Bring It Back Gentle potrebbero stare benissimo in una qualsiasi nuova incisione della band californiana o non sfigurare come b-side di un qualche vecchio singolo. Si arriva alla conclusione con la dimostrazione che gli artisti riuniti a Joshua Tree oltre a fare jam session cazzeggiavano alla grande. Lo conferma la straordinaria presa in giro di Sheperd’s Pie , brano da film western scassato e di serie B.

Nonostante qualche imperfezione e calo di intensità il quinto capitolo delle Desert Session non si è rivelato la delusione che temevo. Il sound QOTSA è sempre presente, a volte forse troppo, ma è grazie alla creatività di chi partecipa che il tutto riesce a non diventare un disco-clone del combo californiano. Il valore aggiunto in questo caso è, come già detto, PJ Harvey che da sola vale l'acquisto e l'ascolto dell'intero disco.

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